10 ottobre 2011
Le identità politiche e sociali di una donna pericolosa:
Laura Solera Mantegazza
Le identità politiche e sociali di una donna pericolosa:
Laura Solera Mantegazza
Claudia Galeotti, giornalista e consulente in comunicazione aziendale
Massimo Rossi, docente di Progettazione e valutazione, Università di Pisa
pronipoti di Laura Solera Mantegazza
1 Introduzione
I relatori ringraziano l’Associazione culturale Città nascosta Milano e la Fondazione Federica Galli per l’invito rivolto a presentare la figura di Laura Solera Mantegazza, nel quadro delle iniziative promosse in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia .
Le donne, come si legge nel programma del ciclo di incontri Donne pericolose, promosso da Città nascosta Milano, sono tradizionalmente considerate pericolose se pensano e soprattutto se agiscono. Se si vuole il cambiamento, riteniamo, si deve andare al di là, andare contro il destino che vorrebbe condannarci a essere eguali alle generazioni che ci hanno preceduto, e questo è ancora più arduo se si è donna.
Laura Solera Mantegazza, Solera come la chiameremo in questo testo , nacque a Milano il 15 gennaio 1813. Visse con la mamma Giuseppina Landriani, mentre il papà Cristoforo Solera era esule politico in Svizzera. Studiò presso il collegio femminile Coudert, a quindici anni, perse la mamma e venne accolta nella casa dell’amico di famiglia Paolo Acerbi. Sposò, a 17 anni, Giovani Battista Mantegazza (ubbidì e disse sì, come tante altre ragazze in quell’epoca), si trasferì a Monza per alcuni anni, per scegliere di tornare a Milano con la nuova famiglia. Fu mamma affettuosa e presente di tre figli: il primogenito Paolo, Costanza, ed Emilio . Soffrì di nevralgie e di una malattia spinale, aggravatasi sempre più con il passare degli anni. Malgrado questi limiti fisici, era una donna allegra, fortissima di carattere e una grande organizzatrice. Amava i fiori e la natura. I suoi figli la seppellirono insieme ai fiori del giardino della casa paterna della Sabbioncella a Cannero sul lago Maggiore quando morì, a sessanta anni, il 15 settembre 1873. Questa casa è oggi gestita da un ordine religioso, è circondata camelie rosse, ha la stessa vista sul lago che amava e che vedeva negli ultimi mesi una grande italiana.
Giuseppe Garibaldi inviò il 23 settembre un telegramma ai figli: “Vi scrivo piangendo alla dolorosa notizia. Potete essere orgogliosi d’esser figli d’una tanta madre. L’Italia ha perduto la più preziosa delle sue gemme”.
Nel 1906 le sue ceneri vennero solennemente trasportate al Famedio di Milano, dove fu la prima donna a comparire nella lista dei “cittadini benemeriti nella storia patria”.
Solera ha vissuto molte dimensioni, non aveva un’unica identità: non si è limitata alla identità legata alla sua origine di nascita e al suo matrimonio, alla sua collocazione di borghese milanese. Era convinta che non si deve essere dominati dal caso e delle circostanze, ma si devono esercitare la volontà e l’amore per dominare il caso e le circostanze. Ersilia Bronzini Majno, fondatrice dell’Unione Nazionale Femminile, annotava, sulla sua agenda personale, che Solera diceva spesso “non sbaglierai mai seguendo la voce della tua coscienza, senza mezzi termini, senza restrizioni”.
Tra le identità plurali, tre quelle che verranno tratteggiate. E’ stata una patriota, è stata una emancipazionista. In terzo luogo è stata una educatrice di donne lavoratrici. Presenteremo prima elementi sull’ esperienza, attraverso una breve descrizione delle tre identità e poi considerazioni sulla sua eredità ideale.
2 La patriota
La sua identità di patriota si intreccia con la vita della famiglia di origine e con la sua nuova famiglia. Lo zio paterno generale Francesco Solera fu ministro della guerra durante la Repubblica di Venezia. Il cugino Temistocle scrisse il libretto del Nabucco di Verdi. Il coro “Va pensiero” fu cantato dai milanesi come musica simbolo di indipendenza verso l’Austria sin dalla prima rappresentazione alla Scala del 9 marzo del 1842.
Educando i figli, li educa anche all’ audacia. Lei stessa, durante le Cinque giornate di Milano, mostra non solo coraggio individuale , ma anche l’audacia di circolare tra le barricate insieme al figlio sedicenne Paolo. Scrive, a tale proposito, Paolo, descrivendo, in La mia mamma, l’ identità di “cittadina”: “ Essa amò la patria modestamente e efficacissimamente, giungendo al massimo dei sacrifizi, quello di animare i figli, che adorava, perché fossero soldati italiani, e lo furono entrambi, e l’Emilio a Vezza fu anche eroe, mentre la figlia (Costanza, nostra annotazione) fu sempre compagna della madre al letto dei feriti” (Mantegazza P., 1876, p. 54).
La sua dimensione di patriota si manifestò per i primi anni nelle discussioni e nella cospirazione con altri patrioti. Diventò attività pubblica quando raccolse fondi per le Cinque giornate di Milano del marzo 1848 e svolse la sua prima attività di infermiera di guerra, curando personalmente i feriti. Il Governo provvisorio della Lombardia e il Comitato di pubblica difesa le affidano l’incarico di organizzare i servizi di ambulanze.
Accolse nella casa di Cannero i feriti della battaglia di Luino (16 agosto 1848), curando insieme garibaldini e austriaci. Luino costituisce uno scontro significativo per vari motivi. In primo luogo, si tratta della prima battaglia in Italia di Garibaldi, dopo quattordici anni di esilio (era sbarcato a Nizza il 23 giugno). E’ stata, poi, la prima vittoria di Garibaldi in Italia, la prima contro gli austriaci, dopo anni di vittorie in America del sud. Infine, segna la data del primo incontro tra Solera e Garibaldi.
In occasione della difesa della Repubblica Romana, nel 1849, scrisse una lettera dove malediceva il suo sesso che le impediva di accorrere a combattere. Il marito partecipò alla difesa. Al ritorno la famiglia del marito lo convinse, per mantenere buoni rapporti con il governo austriaco che era tornato ad occupare Milano, ad addossare alla moglie, decisamente considerata pericolosa, la responsabilità della sua partecipazione. Per questo e altri motivi il figlio Paolo usò parole durissime verso il padre nel Giornale della mia vita, il suo diario personale in 62 volumi, custodito dal 1964 dalla biblioteca civica di Monza. (Mantegazza P. manoscritto).
Raccolse fondi e selezionò giovani volontari per tutte le guerre di indipendenza e per la spedizione dei Mille. Fu’, al tempo stesso, e declinando senza contraddizioni la sua identità di patriota, una mazziniana come la definiscono Emma Scaramuzza (Scaramuzza E, 2005) e Fiorenza Taricone (Taricone F. , 2008) e La Garibaldina senza fucile, come recita il titolo del prezioso volume sulla sua vita di Sergio Redaelli e Rosa Teruzzi (Redaelli S.-Teruzzi R., 1992). Mazzini e Garibaldi le indirizzarono entusiaste lettere di ringraziamento per questa opera di finanziamento e reclutamento.
Dopo la battaglia di san Martino del 24 giugno del 1859, durante la seconda guerra di indipendenza, Solera lanciò il Proclama alle donne italiane.
“ Care amiche, gli uomini che abbiamo mandato a combattere contro gli austriaci (i nostri mariti, figli, fidanzati) hanno bisogno di armi. Se noi, perché siamo donne, non possiamo impugnarle e combattere al loro fianco, almeno compriamole per offrirle all’esercito. Facciamolo a costo di essere disapprovate dai familiari, di intaccare il patrimonio, di impoverire la nostra casa. Perché l’Italia è la casa di tutti e la sua unità è più importante dei nostri interessi…..E facciamolo perché gli uomini la smettano di relegarci in cucina, casalinghe e modeste, e capiscano che possiamo essere loro compagne”.
3 L’emancipazionista
Nei primi decenni dell’Ottocento era cresciuto drammaticamente il numero di bambini (soprattetto legittimi) abbandonati sulle Ruote degli esposti o dei trovatelli da madri operaie. Fissiaux aveva fatto conoscere l’esperienza francese degli asili (crèches) dei primi anni quaranta al congresso degli scienziati di Genova del 1846. A Milano, successivamente,era stata svolta un’inchiesta sul fenomeno dell’abbandono. In tale contesto, Solera fondò,insieme a Giuseppe Sacchi e Ismenia Sormani Castelli, un asilo nido per donne operaie, il primo a Milano e in Italia. Il “Ricovero per bambini lattanti” venne inaugurato il 17 giugno 1850 in Via Santa Cristina 2136 . I piccoli, lattanti e svezzati, venivano ospitati dal mattino alla sera tutti i giorni feriali. Il secondo asilo venne istituito a Porta Ticinese due anni dopo, un terzo a Porta vittoria per il figli delle operaie della manifattura dei tabacchi. Nel 1868, grazie a queste attività, venne abolita a Milano la Ruota degli esposti.
Il secondo aspetto dell’identità di emancipazionista, o filantropa politica, riguarda la promozione di associazioni, elemento centrale per lo sviluppo democratico e l’equità e per il consolidamento del capitale sociale.
Nel 1862 fondò l’ Associazione nazionale operaia femminile, con fondi privati. L’associazione aveva una sala di allattamento, organizzava corsi di alfabetizzazione. Promosse le prime pensioni per la vecchiaia in Italia. Garibaldi sostenne fortemente l’iniziativa.
Scrive Solera, come ricorda Rachele Farina (Farina R.,1995, p.19): “Le operaie vivono un’esistenza di privazioni e di stenti, con orari massacranti. Non hanno pensioni di vecchiaia o invalidità. Quando si ammalano, o rimangono incinte, vengono licenziate. Bisogna smettere di umiliarle con l’elemosina, aiutarle a guadagnare di più lavorando meglio”
4 L’educatrice
E’ evidente che il ruolo di educatrice di donne lavoratrici ha alimentato l’identità di emancipazionista ricordata precedentemente, ma è opportuno presentarlo come una terza identità, in considerazione delle attività svolte che hanno riguardato non solo la promozione di luoghi di formazione ma anche l’insegnamento diretto.
Solera ha sempre insegnato a donne adulte che lavoravano. Prima, da molto giovane, impartendo lezioni informalmente ad adulte analfabete, e successivamente in istituzioni da lei promosse, tra cui il primo asilo nido e, nel 1852, una piccola Scuola per operaie analfabete.
Lontana da tentazioni anti-istituzionali e individualistiche della libertà, e al tempo stesso distinguendosi da matrici cattoliche, ottenne fondi privati e inoltre finanziamenti del Comune di Milano, della Provincia e del Governo unitario. Fondò così, il 21 novembre 1870, la Scuola professionale Femminile a Via Ariberto a Milano. Era la prima scuola professionale femminile in Italia con un profilo laico e sostenuta da finanziamenti pubblici. Fu eretta in Ente Morale con Regio Decreto del 27 maggio 1875.
Oggi, la Fondazione Laura Solera Mantegazza-Scuola Professionale Femminile, sempre nella stessa via Ariberto, organizza corsi di 800 e 1000 ore per operatori socio-sanitari e ausiliari socio-assistenziali. La Fondazione ha organizzato, nell’arco di quasi 150 anni, un’offerta formativa rivolta alla specializzazione in vari settori. I primi corsi, della durata di quattro anni, erano articolati su tre indirizzi: commerciale (italiano, aritmetica, stenografia, dattilografia e contabilità), cultural-commerciale e artistico-industriale. Successivamente, i corsi per maestre, per stenodattilografe e i più recenti per il settore socio-sanitario hanno sempre perseguito la vocazione pratica e l’orientamento al lavoro.
Rossella Bufano ha scritto un articolo dal titolo parlante:Laura Solera Mantegazza e Maria Montessori, due donne che hanno dedicato la loro vita alla formazione dei più deboli (Bufano R. 2010). Sofia Pini, una delle venticinque allieve del primo corso per telegrafiste nell’Italia unita organizzato dalla Scuola, disse, durante la commemorazione della morte di Solera : “Mi ha insegnato la dignità del lavoro”. Tanti, nella sua Milano, la ricordano ancora come “la maestra”.
5 L’eredità ideale
Le considerazioni sull’eredità ideale riguardano gli “sguardi” su Solera da parte di studiosi italiani e stranieri e sono alla base delle conclusioni dei relatori.
Charles Henderson visitò (Personal visit of observation) nel 1909 l’Italia. Presentò gli asili-nido (day nurseries): “Il primo fu fondato a Milano nel 1850 grazie allo sforzo di Laura Solera Mantegazza, madre del noto fisiologo senatore Professore Paolo Mantegazza, una donna intelligente e simpatica, che presto riconobbe la validità dell’idea di Marbeau. Altre città seguirono l’esempio di Milano.Adesso ce ne sono più di quaranta in Italia.Nel 1901 il Senato, su proposta dell’On. Pisa, ha richiesto al governo di organizzare un sistema legale di fondi di maternità. Naturalmente la prima misura di questo tipo proviene dalla filantropia e dalla cooperazione per il mutuo aiuto. L’ Associazione nazionale operaia femminile fu fondata da Laura Solera Mantegazza nel 1862, a Milano.” (Henderson Charles R, 1911, p.293).
Nel 1980, un articolo di Hovard Judith Jeffrey ricorda un nuovo profilo di donna che si stava sviluppando:
“Mazzini contribuì alla versione femminista della madre patriota politicizzando l’ ”angelo del focolare”, trasformando il passivo, domestico riferimento della religione e della morale tradizionale in una rivoluzionaria materna e anticlericale nel suo proprio diritto, compagna e madre per uomini e donne che divisero i loro ideali.Queste donne promossero una nuova moralità di impegno sociale e giustizia sociale” (Jeffrey H. J.,1980, p.2).
Riguardo alla rete di cospirazione, la stessa autrice sottolinea:“Dato che le loro attività rivoluzionarie si estendevano al di là del cerchio familiare, le donne formarono reti nazionali e internazionali. Mentre prima dell’unificazione legami di amicizia e consanguineità esistevano tra donne aristocratiche di varie provincie, il supporto alla causa nazionale, lo sgretolamento della vita familiare e speso l’esilio crearono contatti pubblici tra donne di provenienza sociale differente. In alcuni casi, le donne che si erano organizzate insieme per le attività tradizionali del tempo di guerra come la cura dei feriti continuarono ad essere in contatto durante gli anni del dopo-guerra. Due donne al centro di questa rete erano Laura Solera Mantegazza (1815-1873) e Ismene Sormani Castelli (1811-1903)” (Jeffrey H.J.,1980,p.3).
Riguardo all’intreccio tra attività patriottiche e sociali di Solera, sempre Jeffry mette in rilievo che“… durante la rivoluzione del 1848, organizzò un comitato e raccolse fondi per aiutare i feriti. I suoi sforzi finanziari ebbero successo, e con fondi in sovrappiù (noto io: tali fondi in sovrappiù derivavano soprattutto dalla raccolta di fondi per la Repubblica di Venezia, esperienza di indipendenza soppressa nel 1849) fondò il primo day-care center per bambini a Milano. Mantegazza fu raggiunta in questo lavoro da Sormani, un’altra donna che aveva raccolto fondi per la rivoluzione nazionale nel passato, e che usò le connessioni politiche risorgimentali per alimentare il suo attivismo in nome delle donne per decenni. Nel 1852 il day care center fu seguito da una scuola per analfabeti, dove Mantegazza insegnò. Con la ripresa della guerra nel 1859, ambedue le donne di nuovo curarono i feriti. Dopo l’ unificazione italiana nel 1860,ritornarono alle questioni femminili, e nei primi anni sessanta si unirono con le donne lavoratrici per formare l’Associazione di mutua assistenza per donne lavoratrici ” (Jeffrey H.J.1980, p.3).
Gisela Bock ha esaminato il contributo delle donne negli ultimi cinque secoli della storia europea. Nel terzo capitolo della sua opera Le donne della storia europea (Block G., 2003), in una sezione di tredici pagine dal titolo “Prefemminismo e protofemminismo”, delinea alcune figure femminili dell’Ottocento in dieci paesi europei: Inghilterra , Germania, Norvegia, Finlandia, Olanda, Polonia, Francia, Spagna, Italia, Grecia.
Scrive Block: “L’attività caritatevole delle donne nei confronti dei poveri, e soprattutto delle donne e dei bambini, richiedeva una notevole forza individuale, si scontrava con la visione della debolezza e della vita ritirata femminile e ovunque in Europa fu uno dei punti di partenza del movimento delle donne.”(Block G.,2003,p.188). Più oltre aggiunge: “E allora le femministe accrebbero ulteriormente i loro sforzi, sia in Inghilterra che nel continente, per diffondere nuove concezioni, problematizzare le barriere imposte dalle classi sociali e sostituendo il concetto di “assistenza sociale” a quello di “beneficenza”. (Block G., 2003, p.191). Per l’Italia, una sola donna viene così citata: “A Milano Laura Solera Mantegazza fondò nel 1850 un “ricovero pei bambini lattanti” che venne preso a modello per molti altri, e nel 1862, un associazione di mutuo soccorso e di istruzione per le operaie”. (Block G., 2003, p.191).
Anna Scaramuzza definisce gli asili nido come una rivoluzione nel campo dell’assistenza e precisa, riguardo all’opposizione della Chiesa all’innovazione, che: “in realtà a preoccupare era il carattere politico dell’iniziativa che, di fatto, favoriva il lavoro extra-domestico e la socializzazione delle operaie” (Scaramuzza A., 2005, p. 13). Sempre la Scaramuzza sottolinea come anche il magazzino cooperativo benefico, aperto nel 1887, quindici anni dopo la morte della Solera , era una riproposizione di una suo intento: dare un impiego alle operaie espulse dall’industria dell’abbigliamennto, diffondendo tra loro lo spirito cooperativo.
Fiorenza Taricone, scrivendo la storia dell’associazionismo femminile italiano, scrive: “Si possono infine citare casi di discendenza verticale non parentale, ma basata sulla comunanza di idee, sulla trasmissione generazionale di patrimoni ideali. Laura Solera Mantegazza….. ebbe come tirocinanti sia Ersilia Bronzini Majno sia Alessandrina Ravizza, la quale collaborò personalmente con la Mantegazza nelle scuole professionali femminili; ambedue, in seguito, appoggiarono le iniziative del partito socialista collegate all’emancipazione femminile.” (Taricone F., 2008, pp.43-44) .
Nello stesso volume, più oltre, Taricone scrive: “ Nel 1905 l’Unione si era costituita come società cooperativa a responsabilità limitata sotto la denominazione Unione Femminile Nazionale per l’apertura di altre sezioni in varie città italiane. La fondatrice, Ersilia Bronzini Maino, ereditava certamente da Laura Solera Mantegazza uno spirito assistenziale non più basato sulla diretta elargizione di denaro in forma elemosiniera, ma su un’azione di respiro sociale diretta e continua dove si poneva tra i primi obiettivi la prevenzione” (Taricone F., 2008, p. 259).
Vari articoli sono stati dedicati a Solera negli ultimi anni in Italia (Ceppi G. 2005, Greco M., 2011, Bufano R., 2010, Liviana G., 2010).
Il suo profilo poi è stato presentato in due recenti occasioni pubbliche. Una relazione su “Laura Solera Mantegazza tra militanza politica e impegno sociale” è stata presentata da Alessandra Porati al Congresso della Società Italiana delle storiche (Napoli, 28-30 gennaio 2010). Una relazione è stata presentata da Massimo Rossi su “Le identità politiche e sociali di Laura Solera Mantegazza” al Convegno di studio “ L’esperienza e l’eredità delle Patriote dal Primo risorgimento all’Italia post-unitaria”organizzato dall’Associazione Il Paese delle donne presso la Casa Internazionale delle Donne (Roma, 19 novembre 2010). Il presente testo, che vuole egualmente richiamare le identità plurali, costituisce una rielaborazione e un aggiornamento di questa relazione (non pubblicata).
In un volume che presenta vari profili di donne del Risorgimento si dedica uno spazio specifico a Solera. Si tratta del capitolo “Laura Solera Mantegazza:l’amica delle donne” in Le donne che hanno fatto il Risorgimento (Cepeda Fuentes M, 2011).
Annota Cepeda Fuentes: “Dopo la morte di Laura Solera Mantegazza, le sue seguaci continuarono ad aprire scuole per le ragazze indigenti e altri ricoveri infantili sotto la guida di Alessandrina Ravizza, sua erede spirituale e vera artefice della Scuola Professionale Femminile: un esperimento all’avanguardia nel campo dell’istruzione, con l’insegnamento di discipline come la computisteria, il disegno industriale e la pratica commerciale. Le sue compagne in quella straordinaria avventura sociale avevano imparato dalla loro tenace e instancabile amica che non ci si doveva mai arrendere quando si trattava di realizzare un sogno fattibile.” (Cepeda Fuentes M, 2011,p.251).
Il rilievo attribuito a Solera all’estero e in Italia dagli autori citati contrasta con le dimenticanze di alcuni specialisti italiani.
La prima lacuna è dell’ Istituto dell’Enciclopedia Italiana. Questa dedica una voce a Giuseppe Sacchi, ricordando, tra l’altro, che fondò asili nido insieme a Solera, ma non si trova una voce specifica su Solera. Fortunatamente, il Dizionario biografico degli Italiani dello stesso Istituto dell’Enciclopedia Italiana (oggi arrivato alla lettera O) ha previsto una voce alla lettera S come Solera Mantegazza, che apparirà nei prossimi anni. Un riferimento è comparsonel 2000 nel Dizionario biografico degli Italiani. Nella voce Giuseppe Gibelli si legge “Il 10 settembre 1855 sposò Costanza Mantegazza, figlia dell’educatrice e patriota Laura Solera Mantegazza: dal matrimonio nacquero due figli, Raffaello e Camillo” (Rossi M. 2000, p. 620).
La seconda lacuna riguarda due opere della storia delle donne in Italia curata dell’editore Laterza.
Nessun riferimento a Solera si trova nel volume Il lavoro delle donne (Groppi A., 1996). In particolare, stupisce come nel capitolo “La protezione concessa e l’eguaglianza negata”, l’unica emancipazionista della seconda metà dell’Ottocento che viene citata, a proposito delle rivendicazioni per la protezione delle donne, sia Anna Kuliscioff. Nessun cenno viene,poi, fatto ai primi corsi per telegrafiste organizzati dalla Scuola professionale Femminile a Milano nel capitolo ricordato, dove si fa riferimento alle nuove possibilità di occupazione per le donne come telegrafiste, e nemmeno nel capitolo “Le impiegate nel Ministero delle Poste”.
Nella Storia della maternità (D’Amelia, 1997), Solera viene citata come “protagonista del ’48 milanese e fondatrice di asili per l’infanzia” (D’Amelia, 1997,p.200), senza fornire alcun dettaglio sull’ innovatività e il ruolo svolto dagli asili nonché sulla protezione della maternità assicurata, per la prima volta in Italia a livello laico e non aziendale, dalla Associazione nazionale operaia femminile.
6 Conclusioni
Sottolineiamo, in primo luogo, dal nostro punto di vista, quello che Solera non è stata.
Solera non ha pubblicato volumi o articoli per sistematizzare conoscenze e esperienze nei vari settori in cui intervenne come, ad esempio, fece il suo collaboratore per gli asili nido Giuseppe Sacchi o un’altra grande protagonista risorgimentale come Cristina di Belgioioso. I suoi scritti sono i suoi quaderni di appunti e le numerose lettere. Sono 240 le lettere recentemente analizzate (Porati A., 2010).
Il suo approccio all’associazionismo femminile, poi, aveva ancora venature di eccessiva protezione. Con un approccio maternalistico, infatti, erano ammesse nelle associazioni anche socie onorarie non operaie (ad esempio donne benestanti e finanziatrici), diversamente da quanto proponeva, ad esempio, Anna Maria Mozzoni nella Lega Femminile.
Tra gli aspetti positivi e attuali, ricordiamo in primo luogo, come eredità ideale, l’importanza da attribuire alla dimensione del lavoro per favorire le condizioni dei più deboli, compresi gli “altri”, i diversi da noi, gli altri di zone vicine e le popolazioni di paesi lontani. L’ ”amica delle donne”, come la chiama Marina Cepeda Fuentes (Fuentes Cepeda M. 2001) intuì la rilevanza degli asili nido, dell’istruzione e della formazione professionale, delle pensioni di vecchiaia, del lavoro associato. Riguardo alla rilevanza del lavoro associato, in un momento storico dove sempre di più i lavoratori si presentano come individui singoli senza protezione sindacale o associativa di fronte a chi impiega la loro professionalità, sottolineiamo che il capitale sociale è alimentato non solo da legami familiari e amicali, ma anche da “adesione a gruppi più ufficiali nei quali le relazioni sono governate da regole e norme accettate (associazioni, sindacati, organizzazioni professionali)” (Bonnal J. Rossi M. 2006, p. 31).
Ricordiamo poi l’importanza di dire no. Solera ha detto no al vivere in una sola dimensione, osando vivere dimensioni plurali e diverse. No poi a istituzioni sorde al cambiamento, come la Chiesa di Milano che non approvava gli asili nido. Scrive la grande emancipazionista: “L’autorità ecclesiastica sconsigliò al consiglio comunale la fondazione del pio istituto di maternità, affermando immorale l’agglomero di donne inerente al doveroso compito di nutrici” (Redaelli S.-Teruzzi R., 1992, p. 88) . No all’occupazione austriaca e borbonica, cospirando, finanziando e facendo finanziare la lotta armata. No infine al “destino” delle donne in generale e delle donne lavoratrici in particolare di restare meno istruite degli uomini.
Alcune osservazioni, in terzo luogo, riguardano l’abbandono di neonati. Prevenzione significa assistere le mamme con servizi pubblici, per dissuaderle da una scelta estrema, nell’Ottocento di Milano come oggi. Negli ultimi dieci anni, all’opposto, il “Movimento per la vita” e una fondazione privata hanno promosso anche in Italia la versione moderna della ruota dei trovatelli, una culla termica elettronica. Nella stessa Milano (tradendo quindi una discendenza ideale della città), a Genova, a Firenze, a Napoli, sono stati realizzati questi servizi per l’abbandono organizzato di neonati, che incoraggiano il parto in situazione di rischio, al di fuori degli ospedali pubblici. A Roma si trova una culla termica al Policlinico Casilino. L’ospedale S. Spirito in Sassia, ha, invece, addirittura resistito a forti pressioni del Vaticano, così vicino spazialmente, e ha deciso, nel 2005, di rifiutare di installare una nuova ruota. Ha detto no, no a tornare indietro di duecento anni nella storia d’Europa. L’antica ruota lignea e non funzionante è visibile lungo le mura dell’ospedale.
Sottolineiamo, inoltre, la necessità di considerare la complessità dei fenomeni dello sviluppo. Cinque forme di capitale definiscono oggi, nell’esperienza internazionale i sistemi di vita sostenibili (sustainable livelihoods): capitale umano, sociale, fisico, naturale e finanziario. Solera ebbe l’intuizione, legata alle sue molteplici identità laiche, di promuovere dimensioni plurime e interconnesse nella sua opera per migliorare i sistemi di vita. Rafforzò il capitale umano attraverso l’istruzione e la formazione professionale; il capitale sociale attraverso le associazioni delle donne operaie e lo spirito cooperativo; il capitale fisico attraverso le strutture visibili degli asili nido, delle associazioni, delle scuole professionali; il capitale finanziario attraverso la raccolta di fondi per le lotte del Risorgimento e per tutte le sue iniziative.
Richiamiamo, infine, l’importanza della dimensione dello streben (lo sforzo per il futuro, la speranza come progetto per il nuovo) invece del genissen (l’abbandonarsi al flusso, l’attenzione eccessiva al presente). La speranza come per cambiare se stessi, spesso durante la vita, e contribuire a cambiare, insieme agli altri, per un mondo diverso. L’ opera per il cambiamento di Solera e la sua capacità di dire no la collocano a pieno titolo tra le grandi donne che hanno dominato il caso e le circostanze.
Bibliografia
AA.VV., 1906, Alla memoria imperitura di Laura Solera Mantegazza pel trasporto delle sue ceneri nel Famedio, Milano.
Bock Gisela, 2003, Le donne nella storia europea, Editori Laterza, Roma-Bari.
Bufano Rossella, 2010, Laura Solera Mantegazza e Maria Montessori: due donne che hanno dedicato la loro vita alla formazione dei più deboli, in “Ripensandoci….”, anno III, n.2, Febbraio 2010.
Bonnal Jean, Rossi Massimo., 2006, Comprendre, analyser, gérer un processus de décentralisation. Le modèle RED-IFO et son utilisation, FAO, Institutions pour le développement rural, 2, Directives, Rome. Understand, analyse and manage a decentralization process. FAO, Guidelines, The RED-IFO Model and its use, 2006, Rome.
Bossi Fedrigotti, 2003, Laura Solera Mantegazza, in “Le Italiane”, volume I (a cura di E. Roccella e L. Scaraffia), Presidenza del Consiglio dei Ministri- Dipartimento per le Pari Opportunità, Roma.
Cammeo B., 1900, Laura Solera Mantegazza, Biblioteca dell’Unione Femminile, Uffici dell’Unione Femminile, Milano.
Casanova Antonia, 1874, Laura Sera Mantegazza, in “Commemorazione, Raccolta dei discorsi funebri in onore di Laura Solera Mantegazza”, Milano, Treves.
Castellini Gualtiero, 1909, Pagine garibaldine, Torino.
Cepeda Fuentes Marina, 2011, Le donne che hanno fatto il Risorgimento, Blu edizioni.
Ceppi Giancarla, 2005, Laura Solera Mantegazza , soccorritrice dell’eroe dei due mondi e benefattrice del popolo milanese. La garibaldina senza fucile, in Liberazione, 11 settembre 2005.
Colussi Paolo, Laura Solera Mantegazza, Storia di Milano, sito web.
D’Amelia (a cura di), 1997, Storia della maternità, Editori Laterza, Roma-Bari.
Enciclopedia Biografica e Bibliografica “Italiana”, 1940, “Mantegazza Solera Laura”, in Eroine, ispiratrici e donne d’eccezione, serie VII, Istituto Editoriale Italiano, Tosi, Milano.
Farina Rachele, 1995, Dizionario biografico delle donne lombarde.
Garibaldi Giuseppe, 1888, Memorie, G.Barbera.
Gazzetta Liviana, 2010, Laura Solera, “La garibaldina senza fucile”, Il paese delle donne on line, 24 novembre 2010.
Giovannini Magonio Gemma, 1907, “Laura Solera Mantegazza”, in Italiane benemerite del Risorgimento, Cogliati, Milano.
Greco Marina, 2011, Ritratti. Le femministe 1, Laura Solera e le grandi riformiste di Milano, 9 colonne Agenzia giornalistica, Roma.
Groppi Angela (a cura di), 1996, Il lavoro delle donne, Editori Laterza, Roma-Bari.
Henderson Charles,1911, “Infant welfare; methods of organization and administration in Italy”, in The American Journal of Sociology, Number 3, November 1911.
Hovard Judith Jeffrey, 1980, “Patriot Mothers in Post-Risorgimento: Women After the Italian Revolution”, in Women,War and Revolution, eds. Berkin C.R, Lovett C., .New York.
Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1936, “Sacchi Giuseppe”, in Enciclopedia Italiana, volume XXX, p. 392, Roma.
Mantegazza Paolo, Giornale della mia vita, manoscritto, Biblioteca civica di Monza.
Mantegazza Paolo, 1876, La mia mamma, G. Barbera, Firenze.
M. A. Giampaolo, “Mantegazza Laura”, 1933, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Le persone, Volume III, Francesco Vallardi, Milano.
Ministero della guerra, 1932, Garibaldi condottiero, Tipografia regionale, Roma.
Pieroni Bortolotti Franca, 1963, Alle origini del movimento femminile italiano, Torino.
Redaelli Sergio, Teruzzi Rosa, 1992, Laura Mantegazza- La garibaldina senza fucile, Verbania-Intra.
Rossi Massimo, 2000, “Giuseppe Gibelli” ,in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 54, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma.
Scaramuzza Emma, 2005, “Alle origini della filantropia politica: Laura Solera Mantegazza e Alessandrina Ravizza”, in Dalle madri della patria alla cittadinanza sociale: il caso lombardo, Terzo incontro SISSCO sulla storiografia contemporanea in Italia, Bologna, 22-24 settembre 2005.
Taricone Fiorenza, 2008, Teoria e prassi dell’associazionismo italiano nel XIX e XX secolo, Edizioni Università di Cassino.
Tedeschini Marco, Laura Solera Mantegazza, Enciclopedia delle donne on line.
15 aprile 2011
Elenco del perché con la cultura si mangia
1. Eva quando prese la mela dall’albero e la offrì ad Adamo, fece cultura
2. La prima madre che svezzò il suo bambino con delle bacche che aveva scoperto commestibili, fece cultura
3. Il primo uomo che appuntì un sasso per cacciare e quindi mangiare, fece cultura
4. Il primo uomo che incise sulla roccia un bufalo per comunicare che lì c’era da cacciare e quindi da mangiare, fece cultura
5. Il primo uomo che si rese conto che la carne di animale era gustosa, fece cultura
6. Il primo uomo che fece 2 buchi su un uovo di dinosauro, lo bevve e consigliò al suo clan di fare lo stesso, fece cultura.
7. Il primo uomo che sfregando due legnetti provocò una scintilla con la quale accese un fuoco su cui cucinò la carne dei bufali, fece cultura.
8. Il primo uomo che, arrabbiato per il bufalo che gli era appena scappato, maciullò con le mani alcune olive e si accorse che potevano essere un buon condimento per la carne di bufalo, fece cultura.
9. Il primo uomo che dopo un’indigestione di carne di bufalo, provvide ad avvertire gli altri che non bisognava mangiarne troppa, fece cultura.
10. Il primo africano e il primo indoeuropeo, che si scambiarono i loro diversi cibi, fecero cultura
11. Dal che si deduce, contrariamente a chi afferma l’opposto, che con la cultura si mangia eccome, talvolta meglio talvolta peggio ma si mangia.
Andrea Camilleri
Elenco letto da Luca Zingaretti nel corso della puntata del 22 novembre 2010 del programma Vieniviaconme.
1 aprile 2011
La Merenda sinoira. Un’antica tradizione piemontese
Antica tradizione contadina piemontese, la Merenda Sinoira è la pausa ideale per prolungare una piacevole giornata trascorsa negli splendidi parchi della provincia di Torino, oppure durante la pausa di una partita a carte.
Originariamente si trattava di un assaggio di salumi, formaggi, tome e tomini, frittate, acciughe al verde e verdure sott’olio, accompagnati da un buon bicchiere di vino rosso.
Le origini di questa piacevole usanza non sono note del tutto: c’è chi sostiene sia nata dai cercatori di funghi che al ritorno dalle camminate nei boschi si fermavano per uno spuntino; altri sostengono che l’origine derivi dalla sosta dei montanari che tra una scalata e l’altra si fermavano per ristorarsi. Oppure che si tratti di una usanza nata tra i contadini che, dovendo lavorare i campi anche dopo il tramonto, organizzavano al tardo promeriggio delle ricche merende che sostituivano la cena. Quale ne sia l’origine, la Merenda sinoira col tempo ha contagiato tutte le classi sociali, diventando una irrinunciabile occasione di divertimento, fuori dalle rigide etichette, per grandi e piccini.
20 ottobre 2010
Il mestiere delle armi e il museo Mangini Bonomi.
GIOVANNI DALLE BANDE NERE. IL MESTIERE DELLE ARMI
Quando ho visto per la prima volta questo film (era il 2001), non ho potuto fare a meno di tornare a vederlo. Ogni volta scoprivo qualcosa di nuovo, particolari sfuggitimi la volta precedente. Della regia, della fotografia, della straordinaria galleria di ritratti che, insieme, danno vita ad un affresco di straordinaria e rara bellezza e intesità, molto si è scritto e ancora molto si potrebbe dire. La pellicola di Olmi ha vinto numerosi premi e altrettanti riconoscimenti e molti ancora ne avrebbe meritati.
In questo film, dove nulla è lasciato al caso, e tutto risponde ad un disegno raffinato, colto, quasi maniacale nell’attenzione ai dettagli, un contributo rilevante viene dato dalle scenografie, dai costumi e dagli arredi.
Le scenografie, realizzate da Luigi Marchioni, in stretta collaborazione con Ermanno Olmi, sono essenziali, rigorose, pure, per nulla compiaciute e leziose.
Oltre ai luoghi familiari che si riconoscono nel film – Palazzo Ducale a Mantova, la Torre Pallavicina, il Castello Estense di Ferrara, la villa cinquecentesca vicino a Bergamo dove è ambientata l’ultima parte del film, dove si racconta l’agonia di Giovanni de Medici – una parte del film è stata girata in Bulgaria.
Questa scelta è stata dettata dalla necessità di ambientare le riprese in un luogo paesaggisticamente meno inquinato dell’Italia, e il più possibile aderente all’atmosfera e al paesaggio della Pianura Padana del XVI secolo. Tra le scene girate in Bulgaria vi è quella dello scontro finale tra Giovanni de Medici e il Generale von Frundsberg. La fornace abbandonata dove le truppe del Frundsberg sono asserragliate, è stata interamente ricostruita, usando prevalentemente materiale vero: fascine, legna, fango, frasche, canne. Il luogo dove sono state ambientate le scene di battaglia era talmente lontano da tutto, fuori dal mondo, da spingere tutto il cast a lavorare quasi come se fossero realmente calati in piena epoca rinascimentale.
Non solo la scelta dei luoghi, ma anche e soprattutto la scelta delle armi, dei carri da guerra, ha richiesto un attento e certosino lavoro. Il falconetto, per esempio, l’arma micidiale che non solo nel film cambia le sorti della guerra e il mestiere delle armi, ma che nella storia tutta introdurrà profondi e inarrestabili mutamenti, è stato “ri-progettato” con attenzione cura e con altrettanta cura è stato realizzato, servendosi di una fusione in bronzo vera e propria.
Le armi hanno una parte importante in questo film e insieme allo scenografo una grossa parte della ricerca e della realizzazione di questa sfilata di armature è dovuta alla costumista, Francesca Sartori, la quale già da tempo collabora con Ermanno Olmi, sia nel il cinema che nel teatro. Veneziana di origine, romana di adozione, Francesca Sartori ha svolto un lavoro straordinario, non solo di ricerca, ma anche e soprattutto di interpretazione e preparazione. Seguendo le rigorose indicazioni di Olmi, ha saputo affrontare uno dei soggetti principali del film, le armature, dandogli un’anima, qualcosa che va oltre la pura e semplice ricostruzione.
Era necessario rendere per immagini la durezza del metallo, la ruvidezza e la mascolinità degli elementi in gioco, raccontarne la storia. Prima dell’introduzione dell’artiglieria pesante le armature avevano funzione difensiva, dovevano servire da scudo e da barriera al fuoco dell’artiglieria leggera e, ancor prima, agli scontri frontali con lance in resta e spade sguainate. Tutto questo inizia a cambiare proprio a partire dalla morte di Giovanni de Medici, che apre le porte al rovinoso sacco di Roma del 1527. Dalla fine del ‘500 le armature iniziano ad avere una funzione puramente decorativa, motivo per cui diventano sempre più complesse e ricche di elementi decorativi, perdendo per sempre quel fascino terribile e terrifico che le animava.
Le armature che si vedono nel film, sebbene agli occhi di uno storico possano presentare certamente delle incongruenze, sono possenti, pesanti, si avverte tutta la loro consistenza, s’intravedono i bagliori sotto i timidi raggi di sole, un sole per lo più velato, coperto e avvolto dalla densa atmosfera invernale. Le armi, la loro funzione, il loro tramonto emergono da questo straordinario affresco con una intensità struggente, che a tratti commuove e trascina lo spettatore in un vortice dove la vertigine non è data dalla crudezza e crudeltà delle immagini ma da tutto quello che viene semplicemente adombrato, da tutto quello che viene lasciato all’immaginazione dello spettatore, suggerito ma non mostrato.
Con lo stesso garbo e sapienza sono stati scelti e realizzati gli elementi principali per ricostruire gli arredi, selezionati con cura, e senza nessuna concessione all’ orpello e al superfluo, da Stefano Baltrinieri. Realizzati prevalentemente in Italia, basandosi su modelli dell’epoca e poi invecchiati con procedimenti speciali, dalla polvere bruciata, alla sabbiatrice alla pittura, gli arredi di Baltrinelli completano e fanno da cornice al grande affresco dipinto da Olmi.
Dove è stato possibile sono stati inseriti anche alcuni arredi originali che si è cercato di amalgamare a quelli ricostruiti mediante alcuni accorgimenti negli accostamenti che hanno reso quasi impossibile distiguerli gli uni dagli altri.
Per Baltrinelli, come per tutti coloro che hanno lavorato a questo film, ciò che realmente interessava era cercare di realizzare una sintesi del periodo storico che si andava ricostruendo. Rinunciare all’orpello per privilegiare una visione simultanea d’insieme, per non scadere in uno dei pericoli più grossi, sempre in agguato in questo genere di imprese: il descrittivismo.
Non bisogna ricreare il vero, bensì suggerire un’idea, una sensazione che possa dare forma a ciò che è solo memoria. Dare forma al passato raccontandolo nel presente. Rinunciare al superfluo per concentrarsi sul contenuto, sulla sostanza, anima di tutti i pensieri, di tutte le idee, di tutte la grandi storie che vale la pena raccontare.
E tra queste un posto speciale va al Mestiere delle armi di Olmi.
Manuela Alessandra Filippi
06 giugno 2010
Milano e la nebbia – di John Foot
Il rapporto tra la nebbia, Milano e i milanesi è affascinante. In La vita agra, Luciano Bianciardi tenta di analizzare tale legame:
“La chiamano nebbia, se la coccolano, te la mostrano, se ne gloriano come di un prodotto locale. E prodotto locale è, solo, non è nebbia [...] è semmai una fumigazione rabbiosa, una flatulenza di uomini, di motori, di camini, è sudore, è puzza di piedi, polverone sollevato dal taccheggiare delle segretarie, delle puttane, dei rappresentanti, dei grafici.”*
Una costante dei film di De Sica [Miracolo a Milano] e Visconti [Rocco e i suoi fratelli] è l’uso della nebbia come peculiarità di Milano. Nel film di De Sica gli abitanti della baraccopoli si stringono insieme sotto qualche rarissimo raggio di sole che riesce a forare la nebbia. Eccola ancora nel film di Visconti che avvolge il parco della periferia dove i fratelli s’incontrano. In entrambi i film, la nebbia assume una connotazione di irrealtà. II regista partenopeo intende proprio ottenere questa risultato; infatti, l’intero film è caratterizzato da uno stile magico-realista. In Rocco,la nebbia era davvero irreale, tanto che Visconti dovette crearla artificialmente. È curioso osservare che, nonostante la nebbia vi appaia in un’unica scena, molti critici hanno spesso fatto riferimento alla periferia “nebbiosa”. In una delle prime sceneggiature del film, Ginetta chiede a Rosaria, la mamma dei cinque ragazzi, cosa pensa della nebbia; la risposta denota il suo disagio in “quel mare di nebbia densa e fumosa che limita l’orizzonte a pochi metri intorno al caseggiato popolare in Lambrate”. Altri passaggi parlano di “strade immerse nella nebbia” e della campagna circostante come “un unico blocco compatto di nebbia”.** Sarebbe interessante analizzare più a fondo la psiche di una città la cui identità sembra essere definita, dal punto di vista fisico e meteorologico, dall’impossibilità di essere vista.
* Bianciardi, L.,La vita agra, Bompiani, Milano, 1995, p.167
**Trattamento in Archivio Visconti, C26, 004868, 12
Brano estratto da: John Foot, Milano dopo il miracolo. Biografia di una città, Feltrinelli, Milano, 2003, p. 97.
15 maggio 2010
Perchè Fontana è il simbolo di Città Nascosta.
Per due buone ragioni, anzi tre. La prima la sua milanesità, la seconda la sua indiscutibile grandezza, la terza perché di tutta la sua sconfinata produzione si parla sempre dei tagli e dei buchi. Il resto è appannaggio di pochi e dunque, nascosto ai più. Un po’ come Milano, la città più sconosciuta e nascosta d’Italia, pur essendo sulla bocca di tutti. Ma Fontana, al pari di Milano, non è solo questo, Fontana è poliedrico, versatile, un po’ scultore, un po’ pittore, ceramista e talvolta anche architetto, quando progetta e realizza i suoi Ambienti spaziali, precursori di tante avventure artistiche che caratterizzano le sue opere negli anni Sessanta.
Nascosti e raramente visibili sono i disegni, testimoni discreti, ma non meno incisivi, della forza dirompente della sua ricerca, la trama del suo percorso artistico. Le sculture, che realizza soprattutto tra il 1926 e il 1949, come la Ballerina di Charleston (1926), il Ritratto di Teresita (1938), che non a caso abbiamo scelto come simbolo, la Mujer con mascara (1940) e La Silla barocca (1945), si vedono raramente, per non dire mai. Altre, delle quali si era persa ogni traccia da decenni, sono tornate alla luce, complice un’accurata indagine quasi “poliziesca”, eseguita in occasione delle manifestazioni indette per il centenario della sua nascita, nel 1999. Sono state così rintracciate alcune sculture risalenti al primo periodo argentino (1921-1927), come Mary e la Mujer y el balde, databili intorno al 1926-27. Se la prima è ancora decò, la seconda è più sperimentale, sia nelle linee sia nella sintesi della forma, definita in modo più libero, dove s’intravedono quelli che saranno gli ulteriori sviluppi della sua ricerca, dal figurativo all’astratto, esemplificata da una serie di sculture bifacciali «pure ed esili forme nello spazio» (Crispolti) e da alcune tavolette graffite di «geometria corsiva» (Crispolti) del 1934. Queste opere, esposte per la prima volta alla Galleria del Naviglio di Milano, hanno dato vita alla prima mostra di sculture astratte in Italia. Nel 1949 inaugura il fortunato e fertilissimo ciclo dei Concetti spaziali. All’inizio sono buchi su carta, poi su tela, e dal 1958 i tagli.
Un gesto che esprime la necessità di un’ulteriorità spaziale, che taglia definitivamente i ponti con il passato, aprendo nuove strade e nuove possibilità all’evoluzione artistica di quegli anni. E non solo.
Camminando fra le sue opere, l’aria che si respira è densa. La sensazione è quella di trovarsi di fronte ad atomi di pensiero e di coscienza, a frammenti di vita vissuta fino all’ultimo respiro, all’ultimo piacere. Sì, perché ciò che colpisce è la carica vitale e carnale che queste opere, adagiate sensualmente sulle pareti, emanano. Si parla spesso di Fontana in termini concettuali, astratti, spaziali, dimenticando l’esistenza di un aspetto nascosto del suo linguaggio, interpretabile come il più bel inno alla vita che mai artista sia stato in grado di esprimere. Nelle paste dense dei suoi oli, sinuose e smaglianti, nei suoi tagli, più vicini all’elemento primordiale della nascita che a ferite da rimarginare, nelle sue nature, embrioni all’interno dei quali tutto si dischiude, la vita è costantemente citata, ricordata, espressa. Al di là dell’operazione puramente concettuale, preferisco pensare -e credere- che Fontana abbia voluto indicarci una via creativa che tutti abbiamo a disposizione e che non sempre siamo capaci di cogliere: l’amore incondizionato per la vita, la sperimentazione continua delle nostre potenzialità racchiuse nella fisicità delle cose. Il desiderio e la soddisfazione di esso, attraverso la messa in gioco delle nostre emozioni e della nostra sensorialità, l’unica strada possibile per arrivare in fondo, alla verità.
Ecco perché Fontana.
Manuela Alessandra Filippi

